Luciano Pavarotti

 

L’unica volta che mi sorpresi della mia voce, fu quando Joan Sutherland mi spinse a interpretare "La figlia del Reggimento" di Donizetti al Covent Garden, nel 1966. Una delle sue arie contiene nove "do" alti in una singola frase. Joan mi suggerì di cantarla senza trasposizioni. Pensai che fosse matta, ma ci provai. La romanza riuscì completa con tutti i suoi nove "do". Nessun cantante era mai riuscito ad eseguirli, tutti erano scesi ai "si" naturali. L’orchestra saltò in piedi applaudendo. Nemmeno in seguito un altro tenore ha saputo arrivare a quel tetto.
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Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica.

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Penso che una vita spesa per la musica sia una vita spesa in bellezza ed è a ciò che io ho consacrato la mia vita.




Presi coscienza del valore della vita a soli nove anni, in tempo di guerra. Le strade di Modena erano disseminate di cadaveri. Fu una cosa terribile. Divenni adulto di colpo. Nacque in me un profondo attaccamento alla vita che vidi a un tratto così fragile e provvisoria.

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Cantavo con mio padre i vespri nella nostra chiesa di Modena, avevo una bella voce da contralto. A casa ascoltavamo continuamente i dischi di tutti i più grandi tenori di allora. Poi, a dodici anni, ebbi l’opportunità di assistere alle prove che Beniamino Gigli fece nel nostro Teatro Comunale. Fui così preso dall’emozione sentendolo cantare che, alla fine, mi precipitai verso di lui annunciandogli, convinto, che anch’io sarei diventato un tenore.

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La più stupida delle donne è più intelligente del più intelligente degli uomini.

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La musica imparata leggendo, è come fare l'amore per posta.

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Nella musica di Lucio Battisti c'è qualcosa che ricorda Puccini.

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La voce di un cantante lirico nasce dai polmoni, non dalla gola. E’ indispensabile conoscere bene la fisiologia dell’apparato respiratorio e dei muscoli che sostengono il diaframma. Perché è grazie al diaframma che l’aria passa attraverso le corde vocali trasformandosi in suono.

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Sono stato un uomo fortunato e felice fino a 65 anni. Dopo è arrivata questa batosta. E adesso sto pagando il fio di quella fortuna e felicità. Ma trovo alimento nella mia infanzia, che è stata povera e felice, e vedo le cose con serenità. Le malattie non mi hanno angosciato. Il tumore te lo senti dentro, ti lavora. Ora dormo bene. Ho una certa sonnolenza durante la digestione, proprio come adesso che ti sto parlando.. Però sono e sarò ottimista fino alla morte. L’ho imparato dai miei, dal papà e dalla mamma che se ne sono andati quattro anni fa, a quattro mesi l’uno dall’altra

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