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Sebastiao Salgado

Sebastiao Salgado

In Ruanda vidi la brutalità totale.Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai.

Fino ad allora, l’unico animale che avevo fotografato era stato l’uomo: era arrivato il momento di immortalare tutti gli altri animali. Volevo fotografare panorami ma anche lo stesso uomo in ciò che era all’origine, cioè immerso nella natura.

Il linguaggio fotografico è un linguaggio formale, legato all’estetica. Certamente, se le mie fotografie arrivano ad essere esposte in un museo, vuol dire che hanno anche un valore estetico che le contraddistingue, ma non voglio assolutamente che queste siano lette come delle opere d’arte. Infatti, non nascono per essere oggetto d’arte, ma come un insieme di immagini per informare, per provocare discussioni, dibattiti.

Sono prima di tutto un giornalista e un fotoreporter.

Quando ho iniziato a fotografare, i colori erano molto saturi. C’era il rischio che prendessero il sopravvento sui soggetti che volevo mostrare, sulla dignità delle persone, sui sentimenti, sulla storia. La bellezza dei colori rischiava di cancellare tutto il resto.


Pinguini, foto del libro di Sebastiao Salgado

Chi non ama aspettare, non può diventare un fotografo.


Mi sono accovacciato e ho camminato alla sua stessa altezza, con le mani e le ginocchia per terra. Da quel momento la tartaruga non è più fuggita…Così ho potuto iniziare a fotografarla. Mi ci è voluta una giornata intera per avvicinarla. Tutta una giornata per farle capire che rispettavo il suo territorio.

… i fotografi siamo come cacciatori che passano molto tempo a spiare la selvaggina, ad attendere che esca dalla tana, fotografare è la stessa cosa, bisogna avere la pazienza di aspettare che accada qualcosa, perché qualcosa accadrà, per forza.

… una buona fotografia è quella che riesce a riprodurre e a trasmettere le emozioni che ho provato mentre scattavo.

Quando mi rendo conto che non riesco a cogliere quello che vorrei, allora lascio la macchina fotografica e mi limito a guardare, a vivere.

Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito.

Photo Sebastiao Salgado


Mi piace molto lavorare su progetti a lungo termine, quando spendi più tempo su un progetto, impari a comprendere i tuoi soggetti e arriva un momento in cui non sei più tu che stai fotografando... accade una cosa speciale tra te e i tuoi soggetti, ti rendi conto che sono loro a darti la fotografia.

Quando fotografo io respiro la fatica dell’uomo, i suoi ritmi, le sue angosce. Ma anche le sue speranze.

Gli studi in economia mi hanno insegnato a guardare, contestualizzare, comprendere e sintetizzare. Inoltre, se non avessi avuto la formazione da economista, non so se mi sarei interessato allo stesso modo agli uomini e al mondo del lavoro. Insomma, anche se non appare sempre direttamente, gli studi di economia continuano ad agire dentro di me e a orientare il mio lavoro fotografico.

Le immagini possono risvegliare le coscienze come una premessa necessaria all’avvio di qualche azione. Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto a sentirsi turbati o indignati. La foto dice: “Basta! Intervenite, agite!

Ai miei allievi consiglio sempre di studiare, di andare all’Università. Fare belle foto non basta. Bisogna anche dare loro un senso.

Ho realizzato che esiste anche il dovere di fare qualcosa di bello, di mostrare a tutti l’incanto della natura.

Photo Sebastiao Salgado

Genesi è una lettera d'amore alla terra scritta con la macchina fotografica.

… durante tutti questi anni, il vero viaggio è stato dentro me stesso, per conoscere l'altro da sé occorre conoscere se stessi.

Le mie fotografie non nascono dal desiderio di comunicare, ma dall'istinto.

… mi hanno spesso rimproverato la dimensione troppo estetizzante delle mie foto, specie di fronte alla violenza e alla miseria. Questa però è la mia forma di scrittura, il mio stile. Cambiano i soggetti, non il mio linguaggio fotografico, che nasce sempre da una forma di partecipazione spirituale.

… spesso la gente vede nei miei scatti dettagli che io non ho mai visto, se ne impadronisce, le fa proprie. E ciò vale soprattutto per le fotografie in bianco e nero, che hanno una dimensione più partecipativa.

Per me fotografare è un'avventura e una scoperta

Sempre. Si sceglie un soggetto, ma si sceglie anche se fotografare oppure no. Anche per questo, una foto non è mai oggettiva. Istintivamente il fotografo esprime un punto di vista, una visione del mondo, un modo di leggere la realtà. In maniera cosciente o incosciente, una foto è sempre soggettiva. L'oggettività fotografica non esiste.


David LaChapelle

David LaChapelle - Curtesy Patrick McMullan
Il mio modo di fotografare è molto istintivo, preferisco basarmi sulle mie emozioni, anziché su un approccio intellettuale nei confronti della persona con cui lavoro, adoro giocare con lei per costruire insieme una storia fotografica. Da queste decine di foto che scatto, spesso ne scelgo una sola. Il punto centrale del mio film ideale con un inizio, una parte centrale e una fine. La mia idea è quella di creare in continuazione.
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Amo creare tramite l'uso della fantasia, tramutando in immagine i miei sogni.
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L’arte è stata una vocazione, ho sempre saputo che sarei diventato un'artista.

Photo David LaChapelle
Non sono schiavo né della moda, né delle celebrità. Sono nelle condizioni di dire no a chiunque e di potere fare foto che non riguardino solo il vestito o la marca che si pubblicizza. La fotografia usa la moda e viceversa, ma io uso la moda come un ingrediente del mio lavoro. Anche remunerativo, ma non imprescindibile.
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Le immagini mi appaiono semplicemente in testa, vivo e lavoro in maniera molto intuitiva senza pensarci troppo; seguo le immagini che mi appaiono in testa e le creo.
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Se dovessi fare una foto al Papa - cosa molto improbabile a meno che lui non mi chiami per una foto tessera - lo ritrarrei mentre si lava i denti.
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Provo a fotografare l'in-fotografabile.


Photo David LaChapelle
Il lavoro di un fotografo è quello di rapportarsi al soggetto che ritrae. La foto di Fidel Castro che beve una Coca Cola immortala qualcosa di semplice, ma anche carico di significato e di energia. Sebbene Castro abbia bevuto decine di bottigliette di Coca Cola, quella foto è di per sé un evento.
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Una foto racconta un qualche piccolo evento e la sua impressione che questo ha nella mia mente.

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Federico Fellini, Andy Wahrol e Gesù. Ognuno a modo suo ha cambiato la mia vita.



Richard Avedon


Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.
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Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra. Ho una grande fede nella superficie che, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce.
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Marilyn Monroe alla macchina fotografica offriva più di qualsiasi altra attrice, o donna, che io abbia mai inquadrato: era infinitamente più paziente, più esigente con se stessa e più a suo agio di fronte all'obiettivo che non quando ne era lontana.

Photo di Richard Avedon
Tanta gente è convinta che abbia iniziato a dedicarmi alla fotografia commerciale per poi passare a un lavoro più creativo e personale. Invece ho sempre fatto entrambe le cose.
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L'esistenzialismo di Camus e la drammaturgia di Beckett mi hanno influenzato notevolmente.
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Non mi piacciono gli espedienti a base di giochi di luce o pose particolari. Il bianco aiuta a separare il personaggio dal resto. Il grigio invece protegge, abbraccia, riscalda, ti fa emergere dall'ombra alla luce. Racconta un'altra storia. Nel bianco sei solo.

Photo di Richard Avedon
Non mi piace osservare la gente in piccolo. Esponendo i ritratti a grandezza naturale offro un'opportunità all'immaginazione di diventare autentica. 
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Mio padre aveva un negozio di abbigliamento per signora e io ero cresciuto circondato dalla moda, la casa piena di Vogue e Vanity Fair. Mia madre e mia sorella erano bellissime. Le ascoltavo parlare di bellezza, vestiti e seduzione con zie e cugine. Questa situazione mi ha spinto a studiare le riviste di moda e a cogliere l'inquietudine di quel mondo.
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Aforismi - Biografia

John Paul Caponigro

John Paul Caponigro ( Sicilia 1988)
 Photo Angelo Zzaven
(Da una intervista esclusiva per Total-Photoshop).
… siamo tutti coinvolti con qualcosa di molto più esteso di noi stessi, delle nostre culture, delle nostre nazioni, delle nostre specie. Questo è sia un privilegio che una responsabilità. Il Creato è magnifico e noi siamo una parte di esso come esso è parte di noi.
Diventare consapevoli di questo e delle scelte che ne derivano ci rendono disponibili le chiavi per una sorta di riempimento sia fisico che spirituale...

Photo John Paul Caponigro
… imparare a guardare, ad osservare la luce credo che sia più importante che imparare delle abilità tecniche. Ci sono tre componenti essenziali del colore: la luminosità, la tinta e la saturazione. Ognuno di questi contribuisce in qualche modo unico al linguaggio della luce.
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… impariamo a pensare come la luce cambia attraverso il tempo. Alla base della fotografia ci sono la luce e il tempo.
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… studiare i grandi maestri... della pittura e delle altre arti può essere un esercizio applicabile alla fotografia, ora più che mai con il colore digitale. Queste sono le discipline con le quali dobbiamo avere più confidenza prima di tutto, sono quelle con cui abbiamo lavorato per più tempo. La fotografia è relativamente recente, tutto sommato. Il colore invece no. Il colore è universale. Il colore è il linguaggio della luce. E’ complesso. Ha una dimensione fisica, biologica, psicologica, pan-culturale, culturale ed individuale.


Photo John Paul Caponigro
… gli strumenti tecnici vanno usati, non lasciarsi usare da essi... se due metodi forniscono risultati equivalenti scegli il più semplice tra i due... uno strumento può essere utilizzato per scoprire cose nuove...
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… diventare un artista è più la scelta di uno stile di vita che quella di una carriera. Spesso si da la priorità ai risultati finanziari piuttosto che ad esperienze che sono in grado di arricchirti. E’ un percorso pieno di sfide e avrai bisogno del supporto della tua famiglia e delle persone che ti amano per poter perseguire i tuoi scopi...
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… non cercare di forzarti facendo qualcosa solamente perchè percepirai dei ritorni economici, di vendita. Piuttosto cerca di proporre al mercato la tua visione unica e le tue abilità. Sii flessibile, rimani aperto a nuove opportunità. Devi essere creativo tanto sotto l’aspetto del business quanto sotto l’aspetto della creazione delle tue immagini. Ricorda che non c’è mai stato un altro come te o un momento come questo. Quindi non devi fare le cose esattamente come le hanno fatte altre persone prima di te. La capacità di pensare offre possibilità eccellenti ed incredibili.
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André Kertész


André Kertész



La fotografia è la traccia lasciata dalla luce su un supporto sensibile, proprio come la scrittura è il segno di inchiostro su un foglio che comunica le sensazioni e i pensieri dell’autore.
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La macchina fotografica è lo strumento,attraverso il quale interpreto il mondo attorno a me.


Photo André Kertész

Quando un idea, la scelta di un soggetto o semplicemente la volontà di trasmettere un emozione si incontra con la giusta tecnica, ecco che possono nascere immagini stupende.
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Senza sentire non c'è ragione di vivere.




Helmut Newton


Photo Helmut Newton

 … non penso mai al gioco grafico, o se ci penso è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.

Quando guardo le mie vecchie fotografie, mi chiedo dove ho trovato la forza per crearmi tutte queste complicazioni. Certo, non l'avrei fatto se non mi ci fossi divertito. Ma non ricomincerei per nulla al mondo, non saprei più neanche da che parte cominciare e soprattutto non ne avrei più la forza fisica.

Succede, ma non spesso, che il buon Dio mi mandi un bel raggio di sole o una bella nuvola al momento giusto. Per questo mi piace lavorare in esterno: dentro lo studio il buon Dio non può far nulla per me, tranne mandare un fulmine e provocare un'interruzione di corrente. In esterno può aiutarmi, come può anche complicarmi la vita mandando la pioggia. Comunque è raro che mi mandi una luce che io non sappia utilizzare in un modo o in un altro.

Quando si fotografano delle persone vere non è come con le modelle. Le modelle sono pagate per star lì. Ma un'attrice si sente fragile davanti l'obiettivo, tutte le donne si sentono fragili, ma un'attrice più delle altre, lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, ed hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simpatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela.

le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante - e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano.

Io accetto ciò che mi viene dato, non ho alcun orgoglio d'autore, non dico: "questa foto è mia perché io ho scattato." Non conosco nulla di più interessante che quelle foto di rapine, riprese da una di queste camere automatiche che ci sono nelle banche! È questa la vita! Se un cane viene a far pipì sulle gambe della mia modella, io lo lascio fare e scatto. Non è stata una mia idea, non gli ho detto: "Su, cagnolino, vieni a far pipì sulle gambe di questa ragazza." Ma se viene e piscia, io scatto, e la foto è mia, mica del cane. Se piazzo la mia macchina sul treppiede, mi metto davanti e dico all'assistente di scattare a un certo momento, è lui che schiaccia il pulsante, ma la foto è mia - tanto più che prima controllo tutto con cura a forza di Polaroid. Ma se un masso, cadendo dal cielo, mi colpisce in testa e io muoio nel momento in cui l'assistente scatta, questo sarebbe straordinario! Non ti pare? Divina sorpresa! Certo che la sorpresa sarebbe ancora più divina se potessi rialzarmi e vedere la foto. Questo sarebbe perfetto e non rifiuterei certo la foto perché è Dio che ha mandato il masso.
(1) - (2) - (3) - Biografia

Helmut Newton


(da una intervista di Frank Horvat 1986)
Ho cominciato come fotografo di Vogue a Sydney, nel 1952, e questo ha lasciato in me una sorta di sistema inibitorio, di cui non mi sono ancora disfatto del tutto e che mi blocca di fronte a certi soggetti. È per superare questo blocco che voglio fare della pornografia hard - e allo stesso tempo mi domando se ciò che ho già fatto sia abbastanza hard, se non debba spingermi molto più oltre. Se c'è qualcosa che odio, è sicuramente il buon gusto: per me è una parolaccia.
Penso semplicemente che quando il tema della foto è legato alla mia vita, presente o passata, mi sembra una buona idea mettermi nell'immagine. Ovviamente non mi metterei mai in una foto pubblicitaria. La prima volta che ho posato per me stesso è stato per Vogue, nel '79 o nell'80. Dovevo presentare della moda maschile e questo mi ha dato l'idea. La foto che ho fatto è una delle mie preferite. Tutto quello che ci si vede fa parte della mia vita: la mia macchina fotografica, la mia modella di nudo preferita, mia moglie June che guarda la modella con un'espressione molto divertente, lo studio di Vogue dove sono successi molti fatti importanti per me, la Place du Palais-Bourbon, che si intravede attraverso la porta aperta, e dove ho fatto migliaia di fotografie, soprattutto nei giorni delle sfilate di alta moda. Questa è una vera foto autobiografica. È un buon esercizio; per me ogni fotografia è un esercizio.
Photo Helmut Newton


Potrei fotografarmi mentre faccio l'amore, ma non inserirei questa foto in una mostra o in un libro. June mi ha fotografato mentre piscio: è una foto molto divertente. Sono in controluce, nel giardino di Ramatuelle, e guardo l'obiettivo, mentre i raggi del sole al tramonto fanno brillare lo spruzzo di pipì. È molto romantico e non ci vedo nulla di male.

Sono come tante altre persone: mi siedo sulla spiaggia o sulla terrazza di un caffè, guardo la gente - soprattutto le donne - e mi invento delle storie. È un buon modo per passare una mezz'ora. Questo è il periodo migliore dell'anno, quando il grosso dei villeggianti estivi se n'è andato. Ogni anno ce n'è una che mi fa sognare più delle altre. L'anno scorso era una tedesca: mi ero immaginato tutta una storia su di lei. Era interessante. Non ho visto il suo viso che l'ultimo giorno, ma aveva un corpo di una bellezza straordinaria. Sapevo che era tedesca perché aveva un libro, "Il Francese in venti lezioni" o qualcosa del genere. Un corpo incredibile, ma non riuscivo a vederle il viso. L'ultimo giorno un tipo l'ha abbordata e io mi divertivo a guardarli. È stato in quel momento che lei si è girata verso di me: aveva uno di quei visi dal mento sfuggente, di una noia mortale. Non era brutta, se lo fosse stata avrebbe potuto essere interessante. Ho pensato che chi ci va a letto dovrà metterle una federa di cuscino sulla faccia. Per me, queste storie che mi racconto sono molto europee, non trovo molto da immaginare in America.

Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi faccio un giretto e mi chiedo se potrei provare in altri modi. Ma arrivo molto presto ad un punto di saturazione in cui tutto ciò mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.

… spesso cerco di fare delle "brutte foto". Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, ed anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta.

(1) - (2) - (3) - Biografia

Mario Giacomelli



Dall'intervista di Frank Horvat (Senigallia 1987)
Quando tu fotografi, hai un'immagine di fronte, che attraverso un forellino entra nella macchina, e tu puoi averne una copia, un estratto. Cosi sono i miei occhi, uno strumento per prendere, per rubare, per immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli occhi degli altri.

… ho una macchina che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi... ho questa da quando ho iniziato, sempre la stessa. Con lei ho vissuto le cose, belle o brutte, con lei ho diviso tanti attimi della mia vita... mi rattrista solo l'idea di staccarmi da lei.

Una volta ho vinto un apparecchio di piccolo formato, in un concorso, ma non sono riuscito a fotagrafare, era troppo veloce, non c'era più la partecipazione come con la mia macchina, non avevo il tempo di pensare, scattavo quasi inutilmente. E perdevo la gioia più bella, che è questo aspettare, questo preparare l'immagine, girare, cambiare il rullino (…) se potessi, fotograferei senza macchina, non ho questo grosso amore per la meccanica.

Per i vecchi nell'ospizio ho adoperato un lampo. Volutamente. Perché alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare, a questa cattiveria aggiungo anche la mia cattiveria. Non tanto per mostrare la materia della pelle, ma per aggiungere qualche cosa di ancora più forte, un contrasto. Il lampo modifica la realtà, la fa più mia.

Se dovessi scegliere tra le cose fatte, salvarne una, salverei l'ospizio. Non per l'ospizio in sè, dell'ospizio non me ne frega niente. Quello che mi importa è l'età, il tempo. Tra me e il tempo c'è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L'ospizio me ne dà una dimensione più esatta...

… La mia prima macchina, una Comet, l'ho comprata il 24 dicembre. II 25 sono andato al mare, e ho provato - ma non capivo neanche come funzionava - ho provato con queste pose molto lunghe. Le onde venivano verso di me e io spostavo la macchina in senso opposto. Ce ne sono state tre a quattro giuste, come le avevo immaginate. Le altre erano da buttare. Così, al primo contatto tra me, la natura e la macchina fotografica, ho scoperto che questo aggeggio meccanico, che prima mi faceva paura, poteva diventare una continuazione di me stesso.

Io credo all'astrattismo, per me l'astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che accade...

Le immagini che scelgo sono quelle che rendono le sensazioni che ho provato nel momento in cui scattavo, le sensazioni che vorrei non perdere, che vorrei dare ad altri. Scelgo le immagini che potrebbero aiutare gli altri a riflettere, ad amare di più la vita...

… Sono partito da questa terra, come la vede il contadino che ci lavora, poi ho voluto vedere la stessa cosa da sopra. E guardandola così mi è sembrato, ancora una volta, di essere entrato dentro, la terra non era più terra ma segno, come le rughe delle mani, come la pelle dei vecchi... le rughe della terra e della pelle mi insegnano delle cose che non conoscevo, che il contadino non può conoscere, che quello che guida l'aereo non può sapere... ma qualche volta mi chiedo qual'è la relazione tra la realtà che fotografo e questo segno che resta. Le rughe dei vecchi sono ancora i vecchi, è ancora la loro sofferenza?

Photo Mario Giacomelli
… diranno che sono pazzo, ma per me va bene essere un pazzo che si accorge di quello che accade attorno a lui, per me sono più pazzi quelli che non si accorgono. Di tutto no, non mi accorgo, però vorrei accorgermi di tante cose, apposta cerco le cose piccole, perchè le grosse mi soffocano, non sono fatto per le cose grandi, preferisco far grandi le cose piccole.

… qui nella mia città, non ho mai camminato con la macchina fotografica in mano, la gente non sa che io fotografo. Mi dà fastidio la gente che sta attorno, che interroga. Dunque mi allontano un po'. Quanto basta per trovare un mondo in cui immergermi. In campagna, per esempio, non mi ero mai reso conto del profumo del fieno, dopo la pioggia. Una cosa che non conoscevo, cinquant'anni inutili per questa cosa, vedi quante cose ci sono da conoscere, però sono tutte piccoline, quasi non fotografabili, ma che si impastano nell'immagine.

… Il luogo dove le cose accadono non è così importante, un luogo vale l'altro. Mi dicono: come fai a fare queste fotografie ? Ma non tengono conto che sono le immagini che scelgono me, non io che scelgo loro... il paesaggio non scappa, ma io ho sempre paura che resti lì solo per un attimo, lo faccio col cavalletto, perché faccio "due e ventidue", devo sempre ricordarmi i numeri perché non capisco mai, con "due e ventidue" ci vuole per forza il cavalletto, allora ho sempre paura che mi scappi, continuo a guardare mentre sposto il cavalletto, trattengo il fiato, io quando fotografo non respiro, mi blocco e scatto, quella per me è la gioia più bella, come se avessi spogliato le più belle donne del mondo. Quando loro si lasciano spogliare. Se son riuscito a fotografarle vuol dire che è andata bene. Se no, si dirà che le ho sognate, e basta.

(1) - (2) - Biografia

Franco Fontana




La fotografia è la mia vita come credo per uno scrittore è fare i romanzi, per un compositore musica. Una parte del mio lavoro è quello su committenza; ho fatto calendari e lavori in tutto il mondo non solo in Italia, anche in America, in Giappone, in Francia.
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… il lavoro di creatività che è sempre comunque una presenza dell'intelligenza, una nota distintiva della personalità che è fatta di tante cose di invenzione, emozione, fantasia, agilità, versatilità. La creatività è un pensiero avventuroso che fa un po' a pezzi le regole. A questo sono arrivato interpretando il mondo che mi circonda che è fatto di persone, paesaggi, cieli, colori.
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Il segreto è rendere visibile il visibile non l'invisibile che non si può rendere visibile. L'invisibile non lo rende nessuno. Allora rendere visibile il visibile vuole dire fare vedere quello che tutti vediamo in modo da farlo veramente vedere. Non solo guardarlo, farlo vedere.
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(del paesaggio) La mia è un'operazione di cancellazione in favore di un'elezione.
Quello che rimane è un "paesaggio" tra virgolette che non ha località. Uno dei miei paesaggi è stato usato per esempio dal ministero della cultura francese per le loro ambasciate nel mondo. Il paesaggio però era fatto in Italia, ma in qualche modo universale.



Photo Franco Fontana



Quando i critici fanno dei rapporti non li fanno mai con i fotografi, ma con i pittori. Io dai fotografi non ho assimilato assolutamente niente.
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Bisogna sempre rimanere allievi se si vuole crescere, perché quando si è maestri si arriva al traguardo. Invece io ci tengo tutte le mattine ad alzarmi e vivere ogni giorno per quello che vale, perché non torna mai più. È la mia logica. Cambiare per rimanere quello che sono.
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Io dico sempre a chi segue i miei corsi: tenetevi bene in mente che in qualunque posto del mondo andate, quello che trovate è quello che portate dentro di voi. Non potete vedere altro se non quello che avete già visto dentro di voi.
Dall'intervista di Cristiana Filtri

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(1) - (2) - BIOGRAFIA

Robert Doisneau



La possibilità è l'unica cosa che non si può comprare. Devi pagare per essa e si deve pagare con la tua vita, spendendo molto tempo. Si paga con il tempo... Non con lo spreco di tempo, ma con la spesa del tempo.
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Io non sono un collezionista appassionato. Non sono mai tormentato dal desiderio di possedere le cose. Sono abbastanza contento delle mie foto. Sono stato loro convivente per anni e ci conosciamo reciprocamente dentro e fuori, quindi mi sento autorizzato a dire che le immagini hanno una vita e un carattere proprio.
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Le foto forse sono come le piante: non riusciranno realmente a prosperare a meno che non parli con loro. Molte di loro si comportano come brave bambine e mi fanno un bel sorriso ogni volta che passo loro davanti, ma altre sono delle vere porche e non perderebbero mai nessuna occasione per rovinare la mia vita

Photo Robert Doisneau

Il fotografo deve essere come carta assorbente, deve lasciarsi penetrare dal momento poetico. La sua tecnica dovrebbe essere come una funzione animale, deve agire automaticamente.
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Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.
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Un fotografo che ha immortalato un momento splendido, una posa accidentale di qualcuno o di uno splendido scenario, ha scoperto un tesoro.
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Non sono solito dare consigli o ricette: è necessario lasciare che la persona guardi una foto in un suo modo che la porti a definirla. Si deve offrire alle persone un seme che crescerà e aprirà la loro mente.
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Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E' una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.
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(1) - (2) - Biografia

Diane Arbus




“Non vi è nulla più facile dell'autoconvincimento. Ogni cosa che ogni uomo spera, pensa anche che questa sia vera”
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“Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile dire a qualcuno: voglio venire a casa tua, farti parlare e indurti a raccontare la storia della tua vita. Mi direbbero: tu sei matta. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare”
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“Quando il momento arriva, é come si andasse a un appuntamento con il destino, l’appuntamento con uno sconosciuto. Accade sempre qualcosa, un’impressione di familiarità e poi, la sensazione strana, manifesta che sia assolutamente inevitabile”

Photo Diane Arbus
 “Quelli che nascono mostri sono l'aristocrazia del mondo dell'emarginazione... Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici. Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io”
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(1) - (2) - Biografia

Andy Warhol




Roma è l'esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo.
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Andrei all'inaugurazione di qualsiasi cosa, anche di una toilette.

Il sesso è più eccitante sullo schermo e tra le pagine che tra le lenzuola.
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Non vado mai a pezzi perché non sono mai tutto intero.
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L'amore e il sesso stanno bene insieme, e va anche bene il sesso senza amore, e l'amore senza il sesso. Sono l'amore e il sesso da soli che non vanno bene.
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L'arte non diventa nuova prima che siano passati dieci anni perché solo allora appare nuova.

Andy Warhol - Myself


La vita è troppo breve per prendersela per uno stupido errore.
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Un artista è una persona che produce cose di cui la gente non ha bisogno, ma che lui, per qualche ragione, pensa sia buona idea dar loro.
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Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso.
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Vorrei una pietra tombale senza nessun tipo di iscrizione. Nessun epitaffio, neppure il nome. Anzi no, mi piacerebbe ci fosse scritto sopra "finzione".
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(1) - (2)

Franco Fontana


Ho iniziato cinquant'anni fa (1961) come fotoamatore e ho continuato per amore della fotografia con il cuore, il pensiero e la passione. Il mio primissimo approccio fu con una macchina presa a noleggio, una Kodak Retina che affittavo nei fine settimana così, per curiosità. Un mese dopo comprai una Pentax dallo stesso rivenditore, a 5.000 lire al mese.
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Per me la fotografia non è mai stata una professione: è la mia continua realtà, che dona qualità alla mia vita.
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Per la me la fotografia rimane sempre un pretesto: è una parte di te stesso che va a testimoniare il tuo mondo, che sia un paesaggio o un essere umano. Infatti ho significato la mia testimonianza nel paesaggio naturale, nel paesaggio urbano, nelle ombre, nel nudo femminile, nella gente e nei ritratti.
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Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori.
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Il mio colore non è un'aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell'evoluzione della fotografia.
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Si tratta sempre di cancellare per evidenziare. In ogni situazione cerco la significazione, la sintesi delle cose affinché da oggetto diventino soggetto, e il compito della fotografia creativa non è illustrare o rappresentare ma esprimere.
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Non amo molto parlare degli apparecchi che uso; non lo ritengo importante.
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… uso la digitale perché offre un'economia e una rapidità di lavoro che mi permette di risparmiare tempo.
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… occorre capire che prima di diventare bisogna "essere"; ed essere significa testimoniare e significarsi per quello che si è e non per quello che si immagina.
Dall'intervista di Marco Pinna 24 Giugno 2010
 

Photo Franco Fontana


… non ho mai accettato di firmare contratti, neppure con Vogue America e c’è chi si venderebbe la nonna o la mamma pur di avere un contratto del genere!
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Non sono mai stato iscritto a club o circoli fotografici, se non al massimo per un anno, poi me ne sono andato. Sono stato sempre molto libero, perché per me la fotografia è un pretesto.
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Ho fatto di tutto – moda, pubblicità, campagne di ogni tipo – e continuo sempre a dimenticare per rinnovarmi.
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Non fotografo più i paesaggi, perché altrimenti farei delle “fontanate”(...) Se, oggi, andassi in Puglia a fotografare i paesaggi, trentasei scatti sarebbero trentasei foto. Una volta, invece, era tutta un’emozione, un vivere e convivere con quel sentimento che nasceva da ciò che vedevo. Quello che vediamo, del resto, non è che una parte di noi stessi. Non si fa altro che andare a prendere una parte di sé.
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La fotografia ha dato, e continua a dare, qualità alla mia vita.
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Ho capito che mi sarei dovuto realizzare in questa realtà negli anni ’72-’75, allora ho lasciato il lavoro che facevo, che era quello di arredare case, concludendo definitivamente quella parte della mia vita. Prima scattavo fotografie quando ne avevo il tempo, in vacanza o durante un viaggio. Quando ho capito che mi gratificava ho mollato tutto e mi sono dedicato completamente alla fotografia.
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Le mie fotografie non illustrano, ma esprimono un pensiero.
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Non ho fatto scuole artistiche nel modo più assoluto. Mi sono interessato d’arte come di musica, letteratura, insomma della situazione creativa della mente dell’uomo.
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Ai miei allievi non dico mai di leggere il manuale di fotografia, ma di andare al cinema, a teatro… La fotografia è una storia che matura. Anch’io attraverso mostre d’arte o film avrò maturato un modo di vedere che esprimo nel mio modo. Non ho fatto certo una foto come Puglia (1978) pensando a Van Gogh.
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Nel caso del nudo femminile ho cercato di fare un assemblaggio, una metafora tra le mie colline che sembrano nudi e i corpi umani: una specie di gemellaggio con la natura. Un nudo che non è volgare, perché é di memoria classica.
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In generale le mie foto non sono angoscianti, sono felici, solari. C’è la gioia del colore, che è un’attitudine di vita.
Dall'intervista di Manuela De Leonardis Ottobre 2010
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